«Narrami, o Musa, dell’uomo dall’agile mente, che tanto vagò, dopo che distrusse la sacra città di Troia».

Con queste parole s’introduce l’Odissea, uno tra i più bei poemi epici dell’antichità classica legato ad Odisseo, l’Ulisse dei romani, colui che tanto vagabondò prima di poter ritornare a casa dopo la distruzione dell’antica città di Troia, le cui vicende sono narrate nell’Iliade.

Scontri, battaglie, amori, passioni, magia, forza, determinazione, tutto è narrano con le gesta di questo mitico uomo durate dieci anni, Ulisse condannato a vagare per volere degli dèi prima di poter ritornare nella sua amata Itaca.

Telemaco, suo figlio, viene a sapere che egli è trattenuto dalla ninfa Calipso, che lo lascia andare solo dopo averne ricevuto ordine da Ermes. Il dio Poseidone lo aiuta conducendolo direttamente nell’isola dei Feaci, i quali, dopo aver ascoltato tutte le peripezie che questi è stato costretto ad affrontare, decidono di offrirgli il loro aiuto portandolo, a sua insaputa, in un piccolo posto nei pressi di Itaca: è da qui che Ulisse fa ritorno a casa, uccidendo i Proci pretendenti di sua moglie Penelope, che gli è rimasta fedele per tutto questo tempo.

Viaggio in Italia nelle terre di Ulisse - Area archeologica della villa di Tiberio a Sperlonga
Area archeologica della villa di Tiberio a Sperlonga

Il mare, il navigare e le avventure sono i veri protagonisti in queste storie, in cui una parte sembra poter prendere il ruolo di primo piano nell’intero racconto, quando si narra dell’incontro tra Ulisse e la potente maga Circe, le sirene, i lestrigoni, i mostri marini Scilla e Cariddi e il mitico ciclope Polifemo. È bello notare come Omero abbia ambientato l’intera sequenza nel mar Mediterraneo, con particolare riguardo al sud Italia, in una fascia di territorio circoscritto tra San Felice Circeo nella costa sud-laziale e lo stretto di Messina.

L’Italia diventa protagonista di questo peregrinare, assumendo un ruolo principale nelle colorite descrizioni introdotte dallo scrittore.  Tutto sembra avvolgersi in un’intricata ragnatela di misteri, nulla sembra essere lasciato al caso, ma concatenato in modo da creare quella vivida attesa nel lettore che ha il sapore di energia vitale.

Sono varie le opere prodotte a ricordo di Ulisse e delle sue gesta, anche se più di tutte resta il bellissimo complesso archeologico della villa dell’Imperatore Tiberio, figlio adottivo di Augusto, presso l’attuale e ridente cittadina di Sperlonga, la Speluncae dell’antichità classica, ovvero il luogo con molte grotte abitate da parte dei mitici giganti raccontati nel poema.

All’interno dell’area archeologica, in una porzione baciata dal mare, si sviluppa la bellissima villa dell’Imperatore, proprietà del nonno di Livia Drusilla sua madre, colei che dettò le mode e i costumi durante tutto il periodo di regno del consorte Augusto e di suo figlio Tiberio, pur se originaria di questa zona periferica dell’Impero di Roma. Dell’antica residenza repubblicana originaria restano alcune porzioni ampliate poi in età imperiale, quando fu ricavato – per volere di Tiberio – un bellissimo ninfeo all’interno della grotta naturale più esterna vicina al mare. Il complesso fu reso autosufficiente proprio da costui, grazie alla realizzazione di spazi riservati alla lavorazione delle materie prime agli inizi del I secolo d.C. e caratterizzate dal mantenimento di alzati murari dalle caratteristiche opere in reticulatum romano.

Allo stesso modo, nella grotta naturale furono realizzate due piscine – una esterna rettangolare e una interna circolare – già nota agli archeologi dal 1908, sistemata dall’Imperatore come sala da pranzo estiva e ninfeo, con giochi d’acqua e straordinari gruppi scultorei pertinenti il ciclo di Odisseo, rinvenuti in frammenti nel 1957 e attualmente conservati nel Museo Archeologico Nazionale di Sperlonga, realizzato agli inizi degli anni ’60 per volere della popolazione locale che impedì lo spostamento delle opere rinvenute.

Veduta aerea dell’area archeologica – Interno della grotta-ninfeo

Ciò che si rinviene nel ninfeo è una vera Odissea raccontata sul marmo. Facevano parte dell’arredo della grotta: il Ratto del Palladio e il Recupero del corpo di Achille morto, disposti ai lati della piscina interna circolare, l’Attacco di Scilla all’imbarcazione di Ulisse al centro della stessa e, sul fondo dell’anfratto, il colossale Gruppo di Polifemo, che riproduce l’accecamento del gigante. Le sculture furono realizzato da Agesandro, Atanadoro e Polidoro, intorno al I secolo d.C., i tre artisti rodi che scolpirono anche il celebre Lacoonte conservato nei Musei Vaticani.

All’esterno della grotta, in alto, l’imperatore Tiberio fece collocare una statua, da lui stessa finanziata, che riproducesse il Ratto di Ganimede, il bellissimo mortale rapito da Giove sottoforma di aquila per divenire il coppiere degli dèi. Il ciclo scultoreo mostra una sofisticata ed elegante realizzazione, in cui il tratto severo dei volti sembra impreziosire la natura composita delle opere. Resta oltremodo affascinante il gruppo che riproduce l’attacco del mostro marino Scilla che avvolge con le sue spire la nave di Ulisse e divora con le sue terminazioni – aventi sembianze canine – gli stessi argonauti. Qui si nota la più stretta similitudine con il bellissimo Lacoonte, in cui le spire di un grande serpente avvolgono i tre personaggi maschili ritratti. Altrettanto d’impatto resta l’accecamento del grande gigante, che nella storia fu possibile grazie alla grande astuzia di Ulisse che ingannò Polifemo facendosi chiamare Nessuno. Anche quest’opera mostra una forza espressiva molto accentuata, in cui la minuzia per la cura dei corpi e dei volti non fanno altro che enfatizzare la sua pronunciata bellezza. Non meno espressive sono le altre opere, tanto da rendere manifesta la grande abilità dei tre artisti che l’hanno realizzate.

Ricostruzione dell’attacco di Scilla alla nave di Ulisse – Accecamento di Polifemo

Questo lembo di terra scelto da Tiberio a sua dimora estiva rimane un luogo d’incantevole realtà, uno spazio in cui non solo l’uomo, ma anche la natura ha saputo regalare scorci senza eguali affacciati verso le isole pontine, un lembo di terra in provincia di Latina, a ridosso tra Stato Pontificio e Regno Borbonico, che ha conservato ampie porzioni di antichità, sia preromana che romana-medievale dall’impressionante bellezza, in cui le grandi vie di comunicazioni antiche come l’Appia, vanno a solcare questi incantati luoghi dove sembra perdurare la magia dei racconti del passato.

Sirene, fate e mitici combattenti sembrano essere ancora prepotentemente presenti su queste terre, tanto da poter essere respirata la loro presenza anche solo guardando ogni pietra o ogni scorcio naturale che qui si apre nella grande baia marina, terre abbracciate dal mare in cui lo stesso Ulisse sembra aver trovato la sua dimora durante il lungo peregrinare.

Veduta sulla cittadina di Sperlonga – Torre Truglia di antica fondazione romana – Veduta di Gaeta (Cajeta) – Tempio detto di Giove Anxur a Terracina

La guardiana Speluncae con il suo bastione protratto sul mare, come anche le vicine città di Terracina (Anxur), Fondi (Fundi), Gaeta (Cajeta), Formia (Formiae), sono tutti luoghi in cui poter assaporare il dolce gusto di una rinata storicità, luoghi in cui si possono ritrovare grandi complessi archeologici antichi incastonati in suggestivi angoli cittadini, anfratti ricchi di vita e di attività sia durante la calda stagione sia durante i lunghi periodi invernali.

Con il freddo e l’avvento delle festività natalizie, ad incorniciare queste realtà sono le caratteristiche luminarie che vanno ad impreziosire quegli scorci già di grande bellezza. Questi luoghi che sanno regalare quel tocco di puro romanticismo reso ancor più concreto dal bel mare d’inverno che va a donare, con la sua voce calda e suadente, un richiamo a cui non si può dire di no; una voce che è facile confondere con quelle delle dolci Ninfe protettrici di questi luoghi, o con il melodioso canto di Imeopa, Thelxinoe, Aglaope, Persinoe e Partenope, le sirene incantatrici tutelari di questi insidiosi e incantevoli mari.