In occasione di miart 2016, la Fondazione Nicola Trussardi e miart presentano Sarah Lucas – INNAMEMORABILIAMUMBUM, un progetto speciale d’arte contemporanea della celebre artista inglese a cura di Massimiliano Gioni e Vincenzo de Bellis pensato per l’eccezionale cornice dell’Albergo Diurno Venezia. Realizzato in collaborazione con il FAI – Fondo Ambiente Italiano e il Comune di Milano, il progetto è stato concepito appositamente per i suggestivi spazi del Diurno progettato all’inizio degli anni Venti dall’architetto Piero Portaluppi, chiusi al pubblico dal 2006 e recentemente riaperti grazie all’impegno del FAI. Disarmanti e a tratti irriverenti nella loro estrema semplicità, le opere di Sarah Lucas – fotografie, collage, sculture e disegni –celebrano un teatro dell’ambiguità in cui materiali apparentemente banali si trasformano in oggetti d’affezione che rivelano desideri e pulsioni represse.

The Ducker ha intervistato oggi alla press preview di “Innamemorabiliamumbum”, Massimiliano Gioni, direttore artistico della Fondazione Trussardi.

Una mostra che regala moltissimi spunti di riflessione sulla femminilità e sui suoi stereotipi, nel puro stile di Sarah Lucas?

Sarah è un’artista la cui opera emerge agli inizi degli anni ‘90, un momento in cui si comincia a parlare della cosiddetta terza ondata del femminismo e in America ed Inghilterra vengono inaugurate una serie di mostre dal titolo “Bad girls”. Sono gli anni del grunge nei quali emerge una figura di donna al contempo femminile, ma più aggressiva o più liberata, seducente ed arrabbiata. Sarah Lucas è senz’altro una delle protagoniste di questo cambiamento del modo in cui la femminilità viene messa in scena. E lo fa soprattutto con le sue opere e insieme all’amica artista Tracy Emin con la quale agli inizi degli anni ’90 gestisce uno strano un negozio in cui vendono oggetti e sculture e multipli con un’ idea anche democratica per diffondere l’arte nella vita quotidiana.

In particolare l’opera di Sarah si ricollega ad una tradizione surrealista e dadaista, ma la capovolge perché la storia dell’arte di questi due movimenti era stata prettamente maschile. Una delle opere in mostra rappresenta un pupazzo anatomico che possiede misteriosamente attributi maschili e femminili e nell’aspetto fisico ricorda le bambole di Hans Bellmer. Grande cantore dei desideri inconfessati dei primi del Novecento, ma anche una figura che rappresentò spesso una violenza sul corpo femminile inaudita. Nel momento in cui Sarah si appropria di quel vocabolario e lo trasforma, ci parla di un mondo del desiderio completamente diverso.

Dalle opere presenti emerge una ossessione per un corpo rappresentato senza filtri e preconcetti, è corretto?

Si, per esempio il video in mostra che fa sollevare qualche sopracciglio, non avrebbe destato scalpore se avesse avuto come protagonista una donna. Anzi la storia dell’arte, da Yves Klein ai Surrealisti, citando la famosa mostra sull’Eros, è piena di esempi di questo tipo. Qui invece, nel momento in cui è una donna a rappresentare il proprio compagno perfettamente consenziente, il video viene definito osé. Si tratta invece di un ribaltamento dello sguardo e di chi abbia l’autorità su quello sguardo. Di questo in sostanza parla l’opera di Sarah Lucas e si innesta su una storia dell’arte femminista di cui lei si fa consciamente portavoce.

Una mostra di grande impatto per Milano, ma anche tanti richiami alla storia di un luogo suggestivo come l’albergo Diurno e forse alcuni alla letteratura di quel periodo?

L’Albergo Diurno Venezia, che ospita la personale, era in attività anche negli anni ’50. In quell’epoca a Milano scrivevano Giovanni Testori, un grande cantore del corpo, e Pasolini. La letteratura degli anni ’60, nel momento in cui i bagni abbandonano il cortile comune e diventano un luogo privato, inserito in un contesto domestico, ci racconta una trasformazione del corpo e ci racconta corpi che non si vergognano delle funzioni più elementari.

Tali esempi di letteratura sono un eccesso che sgorga con la forza del desiderio represso, in un momento in cui la cultura degli anni ’60 diventa più igienizzata, privata e la fisicità smette di essere condivisa. Gli spazi dell’Albergo implicavano infatti una concezione del corpo vissuto in una dimensione pubblica che è molto più comunitaria di quanto sia oggi. La mostra non è vissuta come provocazione. Anzi, per Milano è l’ innesto di una tradizione meno conosciuta ma che già c’era, e dovremmo ricordare con orgoglio.