Inaugurata martedì 13 giugno, giorno di apertura della 92esima edizione di Pitti Immagine Uomo, la mostra “Il Museo Effimero della Moda”, curata da Olivier Saillard, costituisce un evento importante per la città di Firenze, crocevia internazionale.

Una riflessione profonda sul senso della moda e della sua riproposizione periodica.

Effimero. Secondo il vocabolario della lingua italiana, di breve durata, labile, caduco.

Su manichini di legno e cera, ma anche abbandonati su poltrone e sedie, sospesi in morbide sculture, troviamo oltre 200 abiti, naufraghi di un museo misterioso, fragile e destinato a terminare, come d’altronde la mostra ospite, che sarà in scena fino al 22 ottobre nelle sale di Palazzo Pitti. Tra qualche mese tutto scomparirà, vittima e testimone del tempo che passa. Con Il Museo Effimero della Moda, l’ideatore e curatore, Olivier Saillard, pone l’interrogativo sul carattere fugace e nomade della moda in antitesi con la sua forza poetica e le fondamenta sublimi.

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Schiaparelli, Dior, Gucci, Armani, Fendi, Valentino, Vionnet, i nomi dei più grandi atelier internazionali corrono veloci tra le vetrine – scrigno distribuite nelle 18 sale e collegate tra loro da un abbagliante gioco di colori e disegni realizzati in esclusiva da Christian Lacroix.

Nel corso del percorso espositivo, ci si ritrova spesso dinnanzi a quesiti che il curatore ha voluto sottoporci, e di cui al termine della visita non avremo risposte certe, ma, al contrario, saremo invasi da un senso profondo di dubbio e incertezza.

Ogni pezzo esposto è frutto di un’attenta selezione, dove Saillard è andato a ri-scoprire gli archivi storici.

Dopo aver sollevato le armature di carta protettive, ha svelato, e messo in luce abiti caduti quasi nell’oblio, come quello di Madeleine Vionnet, esposto in questa sede per l’ultima volta, in quanto impossibile da restaurare. Come una farfalla spillata dal collezionista, oggi il vestito può essere apprezzato solo disteso. Il lento e inesorabile processo di deterioramento è la diretta conseguenza del tempo che passa: i disegni si affievoliscono, i tessuti si rompono e i colori si attenuano.

Una galoppata nel bello e nello stupore ci porta nel cuore dello stile: il Cappello di Gala amore di Dalì a forma di scarpa di Elsa Schiaparelli, gli abiti rossi imponenti di Comme des Garçons, la stanza dell’oro tra le creazioni bizantine di Dolce e Gabbana e la seduzione di Yves Saint Laurent, il primo vestito da sposa disegnato da Lacroix nel 1987.

Ciascun abito nasconde i suoi segreti in ogni balza e cucitura.

Le tasche di giacche e pantaloni accolgono le confidenze dei messaggi più intimi e le singole creazioni sono le monografie di stilisti, che parlano il linguaggio della società.

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Ogni designer, disegna e immagina un capo indossato, tuttavia, nel quotidiano hanno luogo esibizioni alternative: naufragati sullo schienale di una sedia o di appendiabiti, i capi abbandonati occupano lo spazio intimo e domestico e la posizione d’onore conquistata viene ben presto persa. Rotti e feriti, incastrati tra loro e infine ricoperti dalla polvere, il colore del tempo, sono i segni che fanno dimenticare i momenti grandiosi vissuti dai capi quando ancora erano in vita.