Cinquanta passaggi e sette settimane è il tempo necessario per creare il cappello-icona Borsalino tanto amato dalle star

È il cappello che fa l’uomo” è un’opera del pittore e scultore tedesco Max Ernst.

Ce ne siamo accorte tutte. Dopo anni di dimenticatoio l’accessorio che più di ogni altro “produce personalità” ha rifatto la sua comparsa sulle passerelle dell’alta moda.  Sulla testa delle celebs spopola il beanie, il classico berretto in lana. Coloratissimo con scritte pop o bianco con annesso pon pon. Ma a tornare prepotentemente in voga è ancor più, da qualche stagione a questa parte, il copricapo in feltro a tesa media o larga (dai 6 agli 8 cm). In tonalità borgogna, verde scuro, blu elettrico o grigio perla.

Vi sarà già venuto in mente il marchio made in Italy più famoso al mondo. Da impresa artigiana a industria a brand del fashion.

Borsalino è stile da oltre un secolo e mezzo. Sarebbe un reato considerarlo un semplice complemento glamour.

Si tratta piuttosto di un manufatto pregiato frutto di laboriosa artigianalità e know-how italiano divenuto nel tempo mito e must-have di haute couture. Ed è proprio il processo produttivo a contraddistinguere l’unicità del prodotto realizzato in feltro di pelo fine di coniglio, lepre e garenne. Ben cinquanta passaggi e una media di sette settimane di lavoro per ogni cappello. Forme in legno, presse in ghisa, vaporizzatori a molla, ripiani in ciliegio ricurvo. Dalla “soffiatura” all’”imballaggio” è un ciclo produttivo paziente e costoso (un modello costa mediamente dai 200 euro ai 750) in cui si alternano passaggi meccanici a interventi manuali tramandati di generazione in generazione da 160 anni. Ieri come oggi è la mano dell’operaio a fare il lavoro più importante.

Oggi Borsalino produce svariati modelli di copricapi (tra cui il panama in paglia), ma il più famoso resta sempre lui, quello in feltro di lana a falda media. Ammirato, desiderato e imitato.

La realtà di cappelli più prestigiosa a livello internazionale ha una storia antica e non tutti sanno che ha origine nella piccola provincia di Alessandria e che per oltre 125 anni all’apice di questo impero c’è stata un’unica famiglia fondata dal capostipite Giuseppe Borsalino.

A metà dell’800 il giovane garzone dalle tante speranze chiamato “u siur Pipen” insieme al fratello Lazzaro inizia a lavorare nei negozi dei cappellai piemontesi. A 16 anni, già ambizioso, emigra in Francia per fare il salto di qualità e dopo soli 7 anni trascorsi al cappellificio Bertelli in Rue du Temple ottiene la qualifica di Maestro cappellaio, acquista i macchinari in Inghilterra, (gli stessi che l’azienda usa ancora oggi), rientra in Italia e apre il suo primo laboratorio in un cortile di via Schiavina nella sua città. È il 4 Aprile del 1857. Quel piccolo laboratorio artigiano diventerà l’industria più importante della provincia, vero fiore all’occhiello piemontese. Una lunga ascesa che porterà il Borsalino sulla testa delle più grandi star internazionali, e la dinastia imprenditoriale a contribuire economicamente alla realizzazione di fondamentali opere per la città di Alessandria: l’acquedotto, l’ospedale civile, il sanatorio e la casa di riposo.

I numeri parlano da soli. Nel 1871 Borsalino ha 130 dipendenti e una produzione giornaliera di 300 cappelli.

Nel 1909 passa al milione e negli anni Venti arriva alla cifra record di 2 milioni di pezzi l’anno. Aumentano fatturati e popolarità grazie al mercato statunitense e al favore degli imprenditori della City londinese (la bombetta, che passione!). Ma non solo. Il copricapomolto più di un copricapo” come recita lo slogan prodotto dalla fabbrica di corso Cento Cannoni (oggi in quello stabilimento ha sede la Facoltà di Lettere) incontra i favori del modo politico e  finisce sul capo di molti personaggi, da Francois Mitterand e Churchill ieri a Giorgio Napolitano oggi. E addirittura di Papa Giovanni XXIII. Dall’altra parte della barricata, nella Chicago anni ’20, viene immortalato  nella foto storica dell’arresto per frode fiscale del gangster italo-americano Al Capone “Scarface”.

Ma è il suo inestricabile rapporto con il cinema a creare l’immaginario di oggetto cult grazie a registi del calibro di Federico Fellini che gli affidano il ruolo di coprotagonista in film d’autore come “8 ½ “ in testa a Marcello Mastroianni.

Il cappello per antonomasia ispira addirittura un film del 1970, Borsalino, interpretato dai due malavitosi marsigliesi Alain Delon e Jean Paul Belmondo.

Apprezzato dai cugini d’oltralpe, il marchio alessandrino diviene simbolo del fascino tenebroso e malinconico della Nouvelle Vague nella pellicola di Godard, manifesto della corrente, “Fino all’Ultimo respiro”.

Dall’altra parte dell’Oceano fa la sua fortuna sui capelli ingelatinati di criminali e detective in decine di gangster-movie americani a cominciare dal Padrino. Indimenticabile nel film Casablanca del 1942  sul capo di un enigmatico e affascinante Humphrey Bogart che augura ad una incantevole Ingrid Bergman «Buona fortuna, bambina». Scena memorabile. Insomma, nell’epoca d’oro di Hollywood tutti ne indossano uno, sullo schermo e nella vita reale. E’ un simbolo di eleganza, o meglio della “dolce vita” tutta italiana. E di carattere.

Dear vittorio, you may remember me…my name is Robert Redford” così inizia la missiva che il Premio Oscar scrive a un erede della famiglia Borsalino per richiedere il fedora che aveva visto indossato da Mastroianni nella pellicola “8 e 1/2”. Una lettera che aiuta a capire l’ossessione del cinema per un oggetto realizzato con grande passione.

Borsalino - scena dal film "casablanca"
Borsalino - scena dal film "fino all'ultimo respiro"

Dopo le vicissitudini finanziarie che hanno portato al maxi crac Marenco da oltre tre miliardi di euro si spera che la storica azienda, ora in pieno rilancio sotto la guida del nuovo patron italo-svizzero Philippe Campero, sia pronta a scrivere un nuovo appassionante capitolo di una storia italiana fatta di qualità, tradizione e innovazione.

Ecco una carrellata dei modelli e delle nuances più belle della nuova collezione Borsalino autunno-inverno 2016/2017.

E per concludere vi ricordiamo che ad Alessandria esiste un museo voluto dal Comune di Alessandria e dalla “Borsalino Giuseppe e Fratello Spa”. Inaugurato nel 2006 ripercorre le fasi storiche che hanno caratterizzato l’industria del cappello e ospita circa duemila modelli dagli anni Venti ad oggi scelti fra gli oltre quattromila della collezione.