Una esposizione a Feltre (dal 25 gennaio al 24 aprile) punta l’obiettivo su Dianora Marandino, una figura affascinante e irregolare della moda italiana, artigiana all’avanguardia nella decorazione su tessuto

 

Figlia unica di buona famiglia (madre aristocratica, cugina di Telemaco Signorini, e padre medico eccentrico, autore di medicinali naturali alternativi) e ottime frequentazioni, soprattutto in ambito artistico, Dianora Marandino è nota soprattutto per i suoi originalissimi abiti, che negli anni ’50 e ’60 accendevano il look delle dive di Hollywood come Liz Taylor e di quelle di Cinecittà come Anna Magnani. Ma Dianora, a cui la città di Feltre dedica dal 25 gennaio al 24 aprile una mostra alla Galleria Rizzarda in virtù della recente acquisizione di una raccoltà di abiti donati da Antonia Guarnieri, amica della Marandino, non fu mai una stilista celebrata dalle riviste femminilli né una appassionata dei rituali salottieri della moda.

Il suo nome circolava solo tramite passaparole tra chi cercava l’originalità e l’esclusività perché i suoi abiti erano quasi pezzi unici tanto era elaborata e complessa la lavorazione. Lei si definiva “artigiana del tessuto” perché aveva inventato una tecnica tutta sua per disegnare sulle stoffe con colori brillanti e accesi, tracciando pattern astratti che uscivano dalla sua fantasia ma traevano spunto anche dagli stimoli che la realtà vegetale, la cultura e la sua vorace curiosità le offrivano.

Dianora Marandino
Dianora Marandino

La storia della stilista in mostra a Feltre alla Galleria Rizzardi.

Per caso o per fortuna si era trovata a sviluppare la sua passione per il disegno tessile proprio in quella Firenze, dove era nata, che nel secondo dopoguerra lanciava il Made in Italy nel mondo, grazie soprattutto al lavoro di promozione e di mediazione commerciale con i grandi buyer americani avviato da Giovanni Battista Giorgini (chiamato BIsta). Dopo aver lavorato per anni negli Stati Uniti, e aver gestito attività di interscambio di prodotti italiani in America e viceversa, Giorgini intuì il potenziale che la moda italiana poteva avere all’estero per la sua grande qualità artigianale e la sua praticità, soprattutto nel campo della maglieria, ma anche per i suoi prezzi accessibili se confrontati alla costosa ed elitaria Haute Couture francese.

Fu così che cominciò a organizzare piccole sfilate di moda che si tenevano nei primi anni ’50 a Palazzo Pitti di Firenze subito dopo la settimana della Haute Couture parigina. Essendo di estrazione aristocratica e conoscendo bene lo snobismo del popolo della moda americana, dai giornalisti ai buyer del grandi department store, Giorgini riuscì anche a dare un valido motivo ai suoi interlocutori per allungare il viaggio da Parigi a Firenze, ovvero il contorno storico e lussuoso dei palazzi rinascimentali di Firenze, dove organizzava i ricevimenti, o la bellezza dei luoghi di villeggiatura italiana, dalla Versilia a Capri o Positano, dove indirizzava le gite di piacere.

Roberto Capucci, Giovan Battista Giorgini e due compratori americani a Palazzo Strozzi nel 1953. Foto G.M. Fadigati, Archivio Giorgini
Roberto Capucci, Giovan Battista Giorgini e due compratori americani a Palazzo Strozzi nel 1953. Foto G.M. Fadigati, Archivio Giorgini

Grazie a Giorgini l’Italia e il suo lifestyle entrarono nel sogno degli americani e nei loro orientamenti di spesa, con grande vantaggio delle case di moda che partecipavano alle manifestazioni di Palazzo Pitti, diventate un appuntamento biannuale imprescindibile. Inoltre, un importante “assist” per il Made in Italy era arrivato dall’attrice Linda Christian che, imprevedibilmente, aveva affidato a un atelier italiano, quello delle sorelle Fontana, la realizzazione del suo abito da sposa.

Per Dianora Marandino, che conosceva bene Giorgini e la sua famiglia, Palazzo Pitti rappresentava il luogo che lei, durante la Resistenza, era riuscita a far aprire agli sfollati rimasti senza tetto a causa dei bombardamenti. Staffetta partigiana, iscritta al Partito d’Azione, durante la guerra Dianora aveva altro a cui pensare che alla moda. Ma anche quando la guerra finì e il suo sogno di colori e tessuti cominciò a prendere forma in abiti fuori dal comune, partecipò al successo della moda italiana e alle iniziative di Palazzo Pitti sempre mantenendosi lontana dal culto delle apparenze. Infatti condusse il suo laboratorio, aprendo anche boutique a Firenze e Capri, senza incontrare mai di persona le clienti né mostrarsi in prima fila. Piuttosto che partecipare a una sfilata la guardava alla Tv alla sera e passava il pomeriggio nell’orto oppure tra i suoi animali, che amava moltissimo.

Non bella ma spiritosa e vivace, scarpe basse e capelli scomposti, Dianora era irregolare in tutto, a tratti anche un po’ selvatica: non era mai diventata la “signorina” perbene che sua madre avrebbe voluto ma quando si imbatteva in qualcosa che la interessava non si dava mai per vinta. Così era stato per il marito, l’artista Enzo Fraleoni, di 8 anni più giovane di lei, che sposò a 40 anni, rompendo le convenzioni dell’epoca. Così era stato per i figli, che non aveva mai voluto né avuto, e così era stato per i suoi tessuti.

Sfilata nella Sala Bianca di Palazzo Pitti nel 1952 – Le foto sono in mostra alla Galleria Rizzardi di Feltre.

Aveva provato, aveva sbagliato, aveva sprecato tempo e materiale, aveva riprovato ed era infine riuscita a elaborare un suo metodo per disegnare sulle stoffe e fissare i colori senza sbavature in modo innovativo, chiedendo aiuto a esperti in chimica dei colori e affittando degli spazi poco fuori Firenze, vicino a un torrente, dove installò il suo laboratorio aiutata da alcune lavoranti. Dianora e le sue assistenti disegnavano “alla cieca” direttamente sui tessuti, che poi attraversavano varie fasi, dallo sviluppo dei colori (proprio come le fotografie) al fissaggio degli stessi, fino al lavaggio (nel torrente) e alla confezione. Le forme dei modelli erano semplici e si ispiravano alle tendenze correnti, dalla forma “ a corolla” del new look di Christian Dior ai miniabiti di Mary Quant, ma ciò che dava pregio ai suoi abiti erano i colori e i disegni. Dall’atelier di Dianora uscivano pochi abiti, data la complessa realizzazione, ma ricercatissimi dalle signore più sofisticate, tutti firmati con il pennello sottile: anche se non amava apparire di persona Dianora teneva molto alla sua firma. Infatti quando lavorò per Emilio Pucci, l’astro di Giorgini a Palazzo Pitti, pretese che i suoi capi fossero siglati “Dianora for Emilio” e pose fine alla collaborazione quando poté contare su una clientela propria, anche se il traino di Pucci le sarebbe stato ancora utile. Fino alla fine dei ’60 Dianora lavorò molto ed ebbe successo, oltre che denaro, ma così come aveva iniziato decise di smettere, dopo la grande alluvione del ’66, per ritirarsi con suo marito e i suoi animali in una villa circondata dal verde all’Impruneta.

Se ora Dianora torna alle cronache è grazie alla generosità di Antonia Guarnieri e all’iniziativa del Comune di Feltre che ha deciso di investire sull’appeal “irregolare” di questa grande artigiana e innovatrice della moda. Gli abiti esposti alla galleria Rizzarda offrono una chiara idea del suo stile e del suo mondo figurativo, che non ha parallelii né uguali.

Abiti di Dianora Marandino esposti alla galleria Rizzarda di Feltre (donazione Antonia Guarnieri. Foto Gaetano Caberlotto).